In memoria di Alfredo Fragnito

Osteria

Ieri a Benevento, la mia città, il virus ha reciso una arteria della cultura gastronomica beneventana e sannita. 

Alfredo Fragnito, oste fiero e schietto, estremo, è morto. 

Aveva lasciato i fornelli e la sala da un po’ di tempo. Epigono di una famiglia di ristoratori, radicato nell’humus popolare e popolano, avvinghiato alla città come alla palla ovale, immerso nelle mura annerite dall’umidità del centro storico. Sommerso all’ammorbante bettolio della cianfrusaglia umana devota all’ignoranza dell’happy hour illusorio, ostinato quanto enorme di stazza nel proporre il suo modo di fare osteria.

Alfredo, col fratello Rosario, cui vanno indirizzati il cordoglio del momento e l’incoraggiamento di domani, dopodomani, dei giorni e dei mesi venturi, rappresenta (uso il tempo presente) un bastione di autenticità resistente alle mode, alle stupidaggini e finanche al miglioramento. E in ciò sta il pregio e la preziosità della Taverna Paradiso, la storica osteria della città. In ciò sta la tragedia oltreumana della scomparsa di Alfredo.

Alfredo era (mi è scappato l’inevitabile imperfetto) il territorio, che non è la terra ma la terra e l’uomo insieme. Come anche lo spazio, misurato in luoghi e decenni, della famiglia Fragnito. Peculiare, esclusivo. Fatto di cucina, di muscoli, di ruvidità, di dedizione encomiabile. Il menù scritto e le bottiglie esposte sono state già un piccolo cedimento mal digerito. L’oste parla si accosta, si siede, discute, suggerisce. Impone sottilmente. Sfancula anche, silenziosamente, senza remore di esporre se stesso per come è. Nessun tentativo di imbellettamento, nessun autocompiacimento, nessuna enfasi. Tutt’altro, l’espressione di un affaticamento per un ruolo irrinunciabile e pesante, una missione che assunta e svolta con una sorta rassegnazione: tramandare un modo di cucinare e ospitare. Nessuna rarefazione, l’atteggiamento greve del quotidiano.

Alfredo era meno esposto di Rosario, più appartato. Quando appariva, sentenziava e poi spariva. Inquadrava all’istante il clima del tavolo, dote immensa degli osti veri, riferiva un detto, un commento. Mai udita una spiegazione di un ingrediente o una tecnica di preparazione o cottura. A Taverna Paradiso non c’è mai stato nulla da spiegare e auspichiamo mai continuerà ad esserci.
Il cibo è buono e basta e se non piace è il commensale ad essere in errore, dissonante. Mai il piatto. Ne sia gloria ad Alfredo, ne perpetui ancora l’opera Rosario.

La notizia della morte di Alfredo vista da più lontano, da lontano dal tavolo, fa affiorare lo squarcio tra la vita prima e dopo il covid. Che ci fossero clienti o meno, che fosse un periodo di grassa o di magra, addirittura che piacesse o meno, ciascuno sapeva che nel vicolo del Conservatorio, cocciutamente alieno alla rete dei locali della zona, esisteva La Taverna con Rosario e Alfredo. Non si vedeva più Alfredo, ma c’era. Ci resterà col fratello, enormi entrambi, figure icastiche della beneventanità (piaccia o meno anche questa).

Da ieri, però, sarà inevitabile distinguere un prima e un dopo, sarà impossibile fuggire il sentimento di irrimediabilità della vita risucchiata da un anno di pandemia. Taverna Paradiso, dunque, sarà maledettamente espressione anche del male che ha subìto, così ancor più compiuta espressione del territorio, che, ribadiamolo, non è terra, ma terra e uomo, con la sua vita e la sua fine.

Per il dolore lancinante dei famigliari e degli amici sia lenitivo il pensiero della memoria inestinguibile che la città porterà con se di Alfredo, come è emerso in queste ore.